Sette Ottavi – #1 The Winstons

 

The Winstons
“The Winstons”
Gen 2016 / AMS Records / rock psichedelico, progressive, sixties-pop

 

[…] Then do folk long to go on pilgrimage,
And palmers to go seeking out strange strands,
To distant shrines well known in sundry lands.
And specially from every shire’s end
Of England they to Canterbury wend […]

(dal Prologo dei Racconti di Canterbury, 1387-1388)

 

Nel XIV secolo Geoffrey Chaucer li raffigurava così, i pellegrini per Canterbury: in trepidante attesa della fine delle piogge residue dell’inverno e della fioritura timida delle piante, per potersi finalmente aprire al viaggio, all’incontro, alla scoperta e al rinnovamento.
Facciamo un salto in avanti di poco meno di sei secoli: parrebbe una coincidenza, ma l’incredibile stagione musicale che vivranno prima l’Inghilterra e poi l’Europa a partire dagli anni ‘60 nasce proprio lì, a Canterbury.
Come nei Racconti, tutto parte dal metaforico sbocciare di un fiore, in questo caso dal nome incredibilmente profetico: i Wilde Flowers (letteralmente fiori selvaggi).

I Wilde Flowers sono i fratelli Hugh e Brian Hopper, Robert Ellidge (vero nome di Robert Wyatt), Dave Sinclair e Mike Ratledge, ovvero cinque ragazzi che ad un certo punto, verso la fine degli anni cinquanta, mettono in piedi un gruppo che comincia a fondere jazz, brit-pop e rock psichedelico.
La loro esperienza come band durerà poco ma le conseguenze saranno positivamente devastanti.
Questo nucleo darà infatti il via a gruppi come Soft Machine, Caravan, Gong e, più in generale, a quella che solo successivamente verrà chiamata scena di Canterbury, ovvero una comunità di musicisti trovatisi – chissà per quale miracolo – tutti al posto giusto, nel momento giusto, a far la cosa giusta.
Così Canterbury si ritrova, ancora una volta come nei secoli precedenti, ad essere meta di pellegrinaggio (in senso sia letterale che metaforico) di un numero incalcolabile di musicisti, da lì ai decenni a venire.

 

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foto di Alessandro Vitale per L’Eretico su Marte

I Winstons sono tre di questi pellegrini musicali, anche se un po’ particolari.
Sono pellegrini dei giorni nostri, per di più italianissimi, ma a sentire il loro sound anni ‘60/’70 ed il nome che si son scelti non si direbbe affatto.
In realtà Enro Winston, Rob Winston Linnon Winston altri non sono che Lino Gitto (UFO), Roberto Dell’Era (Afterhours) ed Enrico Gabrielli (Calibro 35, Mariposa), riuniti in un supergruppo di basso, batteria, tastiere e voci.
I tre, già affermatissimi nel panorama alternative-rock italiano, si sono lanciati in un esperimento prog pubblicato all’inizio dell’anno e non ho dubbi nel credere che il loro album omonimo sarà uno dei lavori più belli e riusciti del 2016.
Insomma, chiudete il portellone, allacciate le cinture, perché si torna indietro nel tempo, destinazione sud-est dell’Inghilterra, contea di Kent, Canterbury.

 

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Enrico Gabrielli, foto di Serena De Angelis

L’attacco di Nicotine Freak è già tutto un programma e affresca il quadro generale entro il quale si muove l’intera opera.
Diprotodon è un brano che impatta subito, con intermezzi di assolo di tastiera prima e di sassofono dopo che lanciano un rumoroso sfogo finale di fiati e piatti alla King Crimson (vedi alla voce: 21th century schizoyd man).
La curiosità è che in questa seconda traccia del disco ci imbattiamo nel duo Gabrielli-Dell’Era alle prese con un testo in giapponese: il pezzo, infatti, è scritto dall’artista Gun Kawamura, che oltre a firmare il testo della traccia finale Number Number realizza anche la surreale copertina dell’album.

 

 

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Roberto Dell’Era, foto di Serena De Angelis

Ascoltare Play with the rebels, invece, è come sentire George Harrison canticchiare un testo mentre sul piatto gira I talk to the wind dei King Crimson.
La sintesi di batteria, basso e flauto è perfetta, la successiva evoluzione del pezzo in un brano molto beatlesiano e molto sixties esalta l’impronta di Dell’Era in questo lavoro.
Un magistrale Gabrielli marchia On a dark cloud col sacro fuoco delle sue tastiere, ricostruendo un intro che, con la complicità di batteria e fiati, ricostruisce un’ambiente che sa di Atom Heart Mother.
She’s my face è un brano che spezza brevemente il tono molto british dell’album, portandoci in territori di puro rock classico americano, con un tappeto di batteria e organo che potrebbe tranquillamente sembrare un inedito b-side dei Doors.

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Lino Gitto, foto di Serena De Angelis

Dancing in the park with a gun, invece, è un jazzato che ci riporta subito nel regno di Sua Maestà, suonato alla Soft Machine, cantato alla Soft Machine, forse anche pensato alla Soft Machine.
Lino Gitto, oltre alle bacchette, fa sentire anche la sua voce e in A reason for goodbye sfodera una prestazione magistrale, che arricchisce uno dei brani forse più impegnativi e curati dell’intero album.
Viaggio nel suono a tre dimensioni è un brano strumentale che conserva pesantemente traccia del filone Calibro 35 di Gabrielli: le sue tastiere ed i suoi arrangiamenti, infatti, sembrano giocare in casa.
Infine, la struggente e malinconica Tarmac è l’appoggio sul quale Number number degnamente chiude l’album.

 

In conclusione, nonostante lo sguardo rivolto al passato, l’opera è incredibilmente attuale ed ha suscitato un’ondata di interesse ed entusiasmo tale che, dopo che il concentratissimo tour italiano di inizio anno ha fatto registrare quasi sempre il tutto esaurito, i tre sono stati “costretti” a fissare nuove date proprio in questi giorni di marzo nei quali vi scrivo.
L’album è permeato da sound e richiami già sentiti da quarantanni ma declinati in forma straordinariamente personale, con una indiscutibile capacità del trio di ricreare certe atmosfere in maniera moderna.
I Winstons però non si appropriano di nulla, tant’è vero che tra i ringraziamenti troviamo i nomi di Roger Waters e Robert Wyatt.
In buona sostanza, si può dire che The Winstons è qualcosa di collocabile a metà strada tra l’appassionato tributo ed il geniale saccheggio.

 

VOTO: 8
TOP TRACK: On a dark cloud