Sette Ottavi – #4 Iggy Pop

Iggy Pop
“Post pop depression”
Mar 2016 / Loma Vista / rock, hard rock

[…]  Ho sempre amato il deserto.
Ti siedi su una duna di sabbia.
Non vedi niente. Non senti niente.
E tuttavia qualcosa brilla in silenzio. […]

( Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery, 1943 )

 

Marzo 1988.
Nel numero mensile di Tex Willer il professor Doberado e il suo assistente Louis vagano nel deserto del Mojave, q2d18e110523d61d06f9fe8f70260d84d.jpg--gli_spiriti_del_desertouelle sabbie tra la riva del fiume Colorado e la Sierra de Juarez che un tempo erano un lembo di mare attraverso il quale le navi potevano veleggiare verso nord, una continuazione del golfo della California.
I due uomini, avanzando nel calore rovente, seguono la leggenda che vuole che in quel deserto siano sepolti i resti di un antico galeone spagnolo colmo d’oro.
Dopo una settimana di infruttuose ricerche sono vicini alla meta, attraversano il canyon oltre la Laguna Salada e davanti ai loro occhi, parzialmente corrosa dal tempo, emerge la prua di un antico vascello, sommerso sotto una frana di massi.
Si arrampicano tra le rocce, raggiungono il ponte, si dirigono verso il boccaporto e, alla ricerca dei tesori e del giornale di bordo, i due uomini scompaiono nel ventre dell’antico veliero.
Pochi istanti dopo un grido, l’eco di un urlo che lentamente si spegne tra le strette pareti del canyon.
Sulla leggendaria nave perduta cala un nuovo e più pesante silenzio, perchè il Mojave è ostile ed inospitale, terra non per uomini ma per esseri camaleontici e iguane, per spiriti inafferrabili, per animali selvatici che si rintanano sotto le rocce e colpiscono col buio.

Iggy Pop

James Newell Osterberg Jr., in arte Iggy Pop, è l’Iguana con la i maiuscola.
Il soprannome, nato giocosamente in gioventù per estensione del suo nome d’arte, è in realtà profeticamente rappresentativo di tutta la carriera di Iggy: nato musicalmente come batterista, poi trasformatosi in cantante, passato dall’hard-rock virato al punk degli Stogees al glam-pop curato di David Bowie, ogni sua mossa è stato un continuo scomparire dalle scene quando il sole picchia per poi ritornare nella notte, adattandosi ogni volta a situazioni, circostanze e momenti storici differenti.
Con le sue stravaganze ha giocato per tutta la vita al ruolo di autentico outsider nel panorama musicale americano.
In verità in questo suo continuo cambiar pelle non sempre tutto gli è venuto al meglio, soprattutto quando l’ha fatto da solo, ed è a questo punto della nostra storia che spunta Josh Homme, come il buon Louis per Doberado ma con un ruolo ben più consistente e impegnativo.

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Josh Homme

Homme, un altro che di deserti se ne intende (andatevi a riscoltare le semi-improvvisate di Desert Session), è una delle figure musicali più onnipresenti e frenetiche dello star-system americano.
Per citare solo alcuni suoi numeri: nasce nei Kyuss, mette in piedi i Queen of The Stone Age prima e gli Eagles of Death Metal poi, collabora con Mark Lanegan negli Screming Trees, con sua maestà Dave Grohl e sua santità John Paul Jones fonda i Them Crooked Vultures, appare in Suck it and see degli Arctic Monkeys (che produce) e in Razor dei Foo Fighters.
Produce, compone, suona. E facciamo che mi fermo qui perchè c’è già una quantità di roba da far venire il mal di testa.
Iggy manda un sms e chiede aiuto al tuttofare Josh per creare un disco potente, dalle idee chiare e con lo scopo ben preciso di restare al passo con i tempi.
Homme è galvanizzato dall’idea di riportare a nuova vita uno stimatissimo artista che potrebbe essere musicalmente e anagraficamente suo padre ed accetta di buon grado l’invito, ma alle sue regole: la registrazione si farà ma in gran segreto e nel bel mezzo del deserto.
Così, accompagnati alla chitarra da Dean Fertita (grande collaboratore, tra gli altri, di Jack White) e da Matt Helders degli Arctic Monkeys alla batteria, negli studi di Joshua Tree comincia a prendere forma Post Pop Depression.

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Dean Fertita

L’album si apre con la cupezza dei versi di Break into your heart («I’m gonna break into your heart / I’m gonna crawl under your skin») che si accompagnano ad una struttura musicale via via più orecchiabile e che chiama in causa sonorità new wave (distintamente percepibile un synth alla Kraftwerk che accompagna la lirica).
Quelle stesse tentazioni sonore ricompaiono nella successiva Gardenia (ma anche e non a caso German Days) e vanno a pescare dalle memorie berlinesi e dalla collaborazione con David Bowie.
In Gardenia, in particolare, spicca per brillantezza il giro di basso e complessivamente tutta la costruzione musicale sembra fatta apposta per permettere ad un Iggy in grandissima forma di andare a pescare delle note dalla punta dei piedi in su.
Nonostante il vibrafono a smorzare i toni, la successiva American Valhalla tiene il passo desert rock e si fa distintamente sentire l’impronta Queen of The Stone Age (nelle loro sonorità di ultima generazione, dunque più morbide, non quelle più ruvide d’antàn).
In The Lobby, nella lirica e nelle sonorità, mantiene tutto sommato una similare tensione con riff tipicamente Homme, tant’è che la successiva Sunday, che spezza completamente in due l’album, arriva come una secchiata d’acqua gelida.

 

Matt Helders

Matt Helders

In Sunday Helders spinge la band verso nuovi confini, costruisce un tappeto di percussioni sul quale Homme, con una doppia traccia di chitarra, gioca finchè non ne vengono fuori sei minuti da apparato ritmico quasi disco.
In più, canti e controcanti funky terminano con un’imprevedibile quanto perfetta coda orchestrale.
Vultures è tra tutte la più macchinosa ma è molto apprezzabile l’idea di costruire un’ambientazione quasi western (li sentite i rintocchi della campana?) e di lasciare che Iggy giochi a fare Tom Waits.
German Days invece un po’ delude, di base potrebbe partire come un buon stoner ma poi finisce per essere tutto troppo confuso e, forse volutamente, lasciato in sospeso.
In Chocolate Drops, oltre ai rintocchi di campana che avevamo lasciato in Vultures, troviamo delle belle chitarre, un ottima linea di pianoforte e percussioni che fanno il loro per contribuire a creare un effetto triste e un po’ malinconico («When your love of life is an empty beach / Don’t cry»).
Paraguay è la chiusura del disco, altri sei e passa minuti che per metà procedono con un fare da jam collettiva e per l’altra metà aumentano il carico con un testo incendiario e assolo liberatorio.

Siccome Paraguay sarà probabilmente l’ultimo pezzo dell’ultimo album solista della carriera di Iggy Pop (per volontà espressa del suo stesso autore), credo valga la pena riportare qui un estratto di quel testo che, mentre Homme ripete ossessivamente «Wild animals they do/ Never wonder why / Just do what they goddamn do», recita:

Non c’è niente di magnifico qui, non una singola cosa
Non c’è nulla di nuovo, solo un pugno di persone spaventate
Tutti sono fottutamente spaventati
La paura mangia tutte le anime in una sola volta
Io sono stanco di questo e sogno di andare via, verso una vita nuova
Dove non c’è tutta questa cazzo di conoscenza
Io non voglio più queste informazioni, io non voglio te
No, non più, ne ho abbastanza di te. Si, sto parlando con te
Io me ne vado in Paraguay, a vivere in un compound sotto gli alberi
Voglio essere lo stupido che ha fatto il bene e poi è andato via quando ha potuto
Verso qualche posto dove le persone sono ancora esseri umani
Dove hanno ancora un’anima
Tu prendi il tuo cazzo di computer e ficcatelo nella tua maledetta bocca schifosa
giù fino al fondo dell’intestino, fottuto falso doppia faccia tre volte pezzo di merda
E spero lo cachi fuori, con tutte le parole ancora sopra
E spero che i servizi di sicurezza leggano queste parole
E ti prendano e ti facciano la pelle
Per tutte le tue terribili e velenose intenzioni
Perchè sono malato ed è colpa tua, ma adesso vado a curarmi

web_header_iggy_1E’ certamente lo sfogo finale, ma è tutto l’album, solidissimo nelle sue parti musicali, ad essere permeato da questo senso e questo bisogno di liberazione, di infiammarsi contro una società che ancora non ne è consapevole ma si avvia alla “grande depressione” dopo un era patinata e, appunto, pop.
Se per Homme lavorare a questo album è stato anche un modo per superare i fatti di Parigi dello scorso novembre che lo avevano visto coinvolto con gli Eagles of Death Metal al Bataclan («Penso che aver preso parte a questo progetto mi abbia salvato. […] E’ un album che porta me e Iggy dove non eravamo mai stati prima»), per Iggy, a 68 anni vissuti al massimo, è l’ennesima e probabilmente ultima sfacciata dichiarazione di intenti dell’Iguana.
In una intervista rilasciata al New York Times ha detto:
«Avevo un personaggio nella mia mente quando ho scritto questo disco, una via di mezzo tra me stesso ed un veterano. Perchè nello stile di vita americano, a causa dell’alto livello di competitività, cosa succede nel momento in cui non sei più utile a nessuno se non a te stesso?»
E probabilmente in American Valhalla la risposta all’interrogativo, sussurrata nel finale, se la dà da solo: «Non ho altro che il mio nome».

Voto: 8,5/10
Top Track: Break Into Your Heart