Sette Ottavi – #5 Leland Did It

Leland Did It
“Tempo”
Mag 2016 / Piccola Bottega Popolare / elettronica, new wave, pop-rock

 

[…] Certe volte, le idee, così come gli uomini, saltano fuori e dicono, “Salve”.
Si presentano, le suddette idee, con parole.
Sono parole? Queste idee hanno uno strano modo di parlare.
Tutto ciò che vediamo in questo mondo si basa sulle idee di qualcuno.
Certe idee sono distruttive, altre, costruttive. Certe idee si presentano come sogni.
Posso ripeterlo: certe idee si presentano come sogni. […]

( I segreti di Twin Peaks, Ep. 3: Lo Zen, oppure l’abilità di catturare un killer )

 

A Los Angeles, all’angolo tra la Laurel Canyon e Ventura Boulevard, c’è una piccola tavola calda, il Du par’s.
Nella primavera del 1989, in un giorno apparentemente qualsiasi, due clienti apparentemente qualsiasi attraversano le porte del piccolo ristorante, si siedono ad un tavolo, ordinano un paio di caffè e qualcosa da mangiare e tirano fuori dalle loro pesanti borse carta e penna.
E’ stato commissionato loro un lavoro che non li convince molto, eppure si ritrovano qui per abbozzare qualcosa di assurdo, fuori dalle righe e totalmente innovativo.
I due tipi apparentemente normali sono David Lynch e Mark Frost e quello che seguirà questo pranzo saranno nove giorni di incessante scrittura, ventitré di realizzazione e l’episodio pilota “Passaggio a Nord-Ovest” della serie televisiva I segreti di Twin Peaks, trasmesso a partire dall’ 8 aprile 1990 dalla ABC.

Nella cittadina di Twin Peaks, Stato di Washington, il pescatore Pete Martell ha rinvenuto sulla riva del lago un cadavere avvolto in un telo: è il corpo esanime della giovanissima e bellissima Laura Palmer, la più popolare ragazza della città.
Per indagare sul caso viene convocato sul luogo un ottimo detective, l’agente speciale dell’FBI Dale Cooper, indagatore meticoloso dotato di un’intelligenza speciale che fa spesso ricorso all’intuizione ed ai sogni quasi divinatori.
Quello di Cooper però non sarà affatto un lavoro normale: davanti ai suoi occhi si dipanerà una fitta rete di doppiezze ed ambiguità tra l’assurdo ed il sovrannaturale nella quale l’unica possibilità che ha di risolvere il caso è accettare che a Twin Peaks il concetto comune di razionalità conta ben poco.
Ma mi fermo qui ed aggiungo solo un nome: Leland.
Se sapete come va a finire capite di cosa sto parlando, se non lo sapete segnatevi questo nome.

leland did it photo4Immaginatevi ora un afoso agosto pugliese.
Nell’arsura della provincia barese ci sono cinque ragazzi di Conversano che si riscoprono uniti dalla passione per le chitarre, David Lynch e le colonne sonore.
Tre anni fa i cinque si riuniscono attorno ad un tavolo che non è lo stesso del Du par’s ma è proprio rifacendosi alle suggestioni di Twin Peaks che si battezzano Leland Did It.
Il collante tra i cinque è Cake, la postazione mobile che a molti non sembrerebbe niente di più di un tavolo pieghevole di compensato con un sacco di cavi e tecnologia.
Attorno a questa “torta” ruota tutto, dalla composizione dei pezzi ai live, incluso il primo EP del 2014 dal titolo, appunto, Cake Tales.

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Nel maggio 2016 vede la luce Tempo, uscito per la Piccola Bottega Popolare e composto da 10 tracce sospese fra elettronica, I.D.M, new wave e rock.
Seppure drum machine e synth siano alla base delle manipolazioni elettroniche caratteristiche della band, la rete che creano si innesta comunque su sonorità analogiche e pop-rock.
Apre l’album Pale Sunlight con una voce che prima invoca amore (I want you to adore me”, “I want you to stay, and love me endlessly”) e poi lo strazio (“I wanna fuck you like a whore”).
Il cambio di tono segue di pari passo lo strappo musicale intermedio che segna il passaggio da una sonorità più d’ambiente ad una più danzereccia.
Come già anticipato, nonostante il mare di digitale, l’analogico dà il suo indispensabile contributo a partire dalla seconda traccia, Black Feet.
Il lavoro di chitarre è perfetto e la voce sembra fare riferimento ad un mostro sacro come Nick Cave, sia per il modo di cantare che per le parole chiave “Into Your Arms”, con variazioni vocali che a tratti fanno venire in mente i Bloc Party.


Midnight
è probabilmente uno dei cavalli di battaglia dell’album, col suo incedere marcatamente dancefloor che prima si apre impastando frequenze in stile Moderat con un gioco di voci che spalanca le porte ad uno svuotamento mixsonoro sul quale poi svetta una voce che sa di Joy Division.
Il brano tra l’altro è stato accompagato da un video realizzato con fotogrammetria 3D, una tecnica di scansione tridimensionale utilizzata per generare sulle immagini effetti di alterazione casuali e originali.
Laddove gli stumenti “classici” si spingono in territori più sicuri nascono pezzi come Red, brano dal suono corposo e dalla sezione ritmica convincente, e Blue, pezzo dai suoni più morbidi e vagamente maliconici alla Editors.
L’armonia della strumentale More Details si riaggancia a Midnight in una concezione musicale in linea con quel modo di fare elettronica contemporaneo à la Apparat nei suoi dischi solisti.

Detachement è una bomba nella quale la voce scura e profonda fa da lenta miccia per l’ascoltatore fino all’esplosione incontrollata del brano in una deflagrazione quasi dubstep.
More accident è il brano più breve dell’album ma degno di nota, nel quale si è stonati da una batteria iniziale che lascia spazio ai synth per poi ritornare in chiusura.
Il tutto sembra quasi una base hip-hop incernierata in un brano che non ha bisogno di più di un minuto per esprimersi completamente e perfettamente.
Di Blue si è già detto, mentre a chiudere le danze ci pensano Green, caratterizzata da un basso pieno e ben definito, e From The Very Beginning, traccia dal ritmo più soft e dalla nota vocale più ovattata.

Tempo, seppur modernissimo, è un album che deve un tributo enorme agli anni ottanta e a colossi vecchi e nuovi della musica internazionale.
Ci sono dentro riferimenti ai già citati Joy Division e Nick Cave (ma anche a Interpol e New Order) così come ad Angelo Badalamenti ed in generale alle soundtracks.
Queste ultime, più che una semplice influenza, rappresentano per la band vere e proprie banche di suoni e di scenari, perchè alla fine i Leland Did It lavorano e creano così, per suoni, campionando ciò che li colpisce, che sia un’automobile, due secondi di fisarmonica “rubati” da Nino Rota o il rullante di Bonham dei Led Zeppelin.
Se i suoni sono adatti a traslare in musica uno stato emotivo li usano, altrimenti passano oltre.
Ecco perchè questo lavoro dei Leland Did It è intelligente e, probabilmente in quanto tale, non si dona facilmente al primo ascolto.
Ascoltati dal vivo (e personalmente ho avuto la fortuna di farlo nel Luglio scorso al Mondo Beat Festival di Gravina in Puglia in un’ esibizione assieme a Godblesscomputers) i brani presentano una resa qualitativa leggermente migliore rispetto a quella del disco che, nonostante alcuni punti di disomogeneità, è da considerare complessivamente un ottimo punto di partenza per una giovane band emergente nel panorama italiano.

VOTO: 8/10
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