Sette Ottavi #6 – Verdena + Iosonouncane

Verdena + Iosonouncane
“Split Ep”
Set 2016 / Universal / elettronica, alt-rock


[…] Un giorno Deering Howe sta camminando lungo l’Ottava a New York con Jimi quando intravedono una figura dall’altro lato della strada.

«Hey, è Dylan – dice Jimi eccitato – Non l’ho mai incontrato, andiamoci a parlare!».
Jimi comincia a sguizzare nel traffico e quando si avvicina la sua presentazione è tanto modesta da sembrare comica: «Bob, uh, sono un cantante, sai, mi chiamo, uh, Jimi Hendrix e..».
Dylan gli dice che sa chi è Jimi e che ha apprezzato tantissimo le sue cover di All Along the Watchtower e Like a Rolling Stones.
«Non so se qualcuno sia mai riuscito a fare le mie canzoni meglio di come hai fatto tu», gli dice Dylan. Poi si dilegua e lascia Jimi imbambolato.
«Era al settimo cielo – disse poi Deering – e questo solo perchè Bob Dylan sapeva chi fosse Jimi Hendrix!» […]
(da Room Full of Mirrors di Charles R. Cross, 2005, ed. Sceptre)

 

1967.
Ad una cena in un pessimo ristorante messicano sulla 46esima Strada, Albert Grossman passa un nastro a Michael Goldstain.
Il primo è il supermanager di un ragazzo che canta
canzoni country e ballate marinaresche in una casa rosa a West Saugerties, New York, mentre l’altro è il pubblicista di un dandy psichedelico della Swinging London che sta facendo balzare il rock verso il futuro.
Esattamente in questo posto si incrocerà un pezzo delle strade di Bob Dylan e Jimi Hendrix, due uomini che non potrebbero essere più radicalmente diversi per storie e stili.

Su quel nastro infatti ci sono le nuove canzoni di Bob non ancora incise, che inevitabilmente finiscono all’orecchio di Jimi, tra le quali spicca All Along the Watchtower.
Sono tre semplici accordi ma Hendrix ne rimane ossessionato, li suonerà e risuonerà in maniera frenetica trasformandoli alla fine in qualcosa di vulcanico e caleidoscopico.
Se Bob è già all’apice, Jimi è alle prime armi e si considera un suo discepolo.
Di Dylan ammira movenze, capelli e più di tutto il talento, la capacità di uscire dal circo della popolarità banale e di essere un artista – e un poeta – all’interno del frenetico panorama musicale.
Partendo anche da qui, Jimi brucerà le tappe e raggiungerà una notorietà mondiale, si guadagnerà gli apprezzamenti  anche dello stesso Dylan e la stima diventerà reciproca.
Eppure, nonostante questo, tra i due non nascerà mai nulla, anzi nemmeno si incontreranno mai tranne in un paio di situazioni fortuite (in una delle quali, stando ad Hendrix, i due erano totalmente ubriachi) e mai una collaborazione testimonierà alla storia il rapporto di profonda ammirazione che intercorse tra i due.

Uscendo dall’aneddotica, ancora oggi All Along the Watchtower è probabilmente l’esempio più fulgido di come i grandi artisti intendono il concetto di cover: non una riproduzione pedissequa e fedele all’originale ma un incontro di genialità, nel quale chi ripropone un brano lavora come un minatore, estraendo una gemma che giace sotto la superficie in attesa di essere scoperta, puntando i riflettori e osservando qualcosa sotto una luce diversa, una luce che in apparenza quel qualcosa sembrava non avere.
Fatte le debite proporzioni (ed in questo sfoggio di modestia facciamo quasi un favore, considerando che il paragone con i giganti è impegnativo più per chi lo subisce che per chi lo propone), lo Split Ep dei Verdena e di Iosonouncane si incanala esattamente in questa direzione.
L’idea di per sé non innovativa (il concetto di split, cioè di ep/album fatto dalla collaborazione di due gruppi musicali e artisti, nasce sin dagli anni ’80) è resa più accattivante dall’intuizione di porre al centro di questo lavoro le reciproche cover.
Per non parlare poi della curiosità di ascoltare, alla prova con con rivisitazioni e personalizzazioni delle reciproche tracce, due realtà tra le più chiacchierate ed apprezzate nel panorama musicale italiano.

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Verdena

I Verdena non hanno bisogno di lunghe presentazioni, musicalmente parlando sono una vera e propria macchina da guerra che lavora da vent’anni nel mondo dell’alternative rock italiano, quello autentico che non ha bisogno di titoli di copertina o di discutibili collaborazioni in qualche talent show per testimoniare ancora la propria esistenza (si, Manuel Agnelli, sentiti chiamato in causa).
Il loro peculiare sound iniziale, vicino allo shoegaze, al grunge e all’alternative rock americano (Nirvana, Melvins, etc.), si è via via caratterizzato per una vena eclettica sempre più accentuata, incorporando sempre di più sonorità sporche ma complesse ed elaborate.
I loro ultimi lavori del 2015, Endkadenz Vol. I e II, rappresentano la duplice anima di un album pensato come doppio (come il precedente Wow) ma spezzato in due per ragioni dettate dall’etichetta Universal.
In questo lavoro, a confermare la versatilità della band, c’erano sia fuzz che armonie, sia pianoforti e ballad che chitarre saturate e riff selvaggi, sia furia tagliente ma controllata che ritmi più orientati pop.

Iosonouncane

Rispetto ai Verdena, Iosonouncane (alias Jacopo Incani) è invece un artista italiano relativamente emergente che dopo La macarena su Roma del 2010 ha raggiunto una compiuta maturazione artistica ed una meritata notorietà nel 2015 con il suo acclamatissimo Die, concept album in sei parti su vita, morte, mare, distanze, amore, tempeste e burrasche.
L’album, che ha letteralmente sconvolto la scena musicale italiana, è incernierato su composizioni che sono vere e proprie meditazioni elettro-orchestrali, allo stesso tempo sognanti e irretite, alimentate da pulsioni folk e psichedeliche e da un canto difficilissimo, irregolare e a tratti asfittico (per una “lettura” più approfondita di Die vi segnaliamo questa bellissima puntata di S’ignora Musica 2.0 di Francesco Bandini per 
RadiorEvolution).
Insomma, diversamente dall’antefatto su Bob e Jimi, in questo caso il bello è che le strade di due grandi artisti si incontrano e sono estremamente produttive.

Ascoltando il disco ci si rende subito conto che sotto le esperte mani del trio bergamasco Tanca diventa un brano più ruvido rispetto all’originale, marchiato sin dall’inizio da un muro di chitarre riverberate e distorte.
L’incedere di batteria e il fuzz si fondono esaltando l’ambiente minaccioso e dando vita ad un brano incalzante, potente, la cui acidità è stemperata soltanto dalle variazioni a partire dal terzo minuto e mezzo circa.
verdena-iosonouncane-split-ep_1473109080Carne, invece, te la ritrovi esattamente come te l’aspetti: sul synth iniziale una batteria martellante accoglie chitarre ruvide, basso potente e voce acre.
In una manciata di secondi riecheggiano i Verdena dei tempi de Il suicidio del samurai o forse anche prima, vengono abbandonate le sonorità più recenti ed emergono quelle più orientate allo stoner di seconda generazione degli anni ’90 (Fu Manchu e primi Queens of the stone age per intenderci), alleggerite soltanto a metà brano da inserti di chitarre acustiche e tastiere.

Incani invece pesca dagli Endkadenz due pezzi come Diluvio e Identikit, le spoglia e le riammanta di un vestito ovviamente più votato all’elettronica.
Diluvio si caratterizza per un ritmo semplice ed efficace, arricchito da sintetizzatori via via più ariosi, cori e percussioni quasi rituali.
Rispetto all’originale, la versione di Iosonouncane presenta una voce che si posa in maniera più delicata e che riesce a conferire più credibilità alla scrittura dei Verdena (i cui testi sono spesso criticati per scarsità di contenuti)
Identikit invece si apre quasi come un canto tribale, sul quale si innestano dei voli strumentali che ricordano geni dell’elettronica come Boards of Canada, Auterche e Aphex Twin.
Dimenticate le chitarrine e la voce in leggero falsetto dell’originale: Incani dopa il brano con un tappeto di sonorità ipnotiche e con una voce in tonalità bassissima, alla Lanegan, e quasi sussurrata.
Passando tra nubi di synth, tamburi e sonagli, il brano prende forma nuova diventando uno sfogo quasi minimale con una lunga coda strumentale.

Complessivamente le tracce scelte (soprattutto quelle reinterpretate dai Verdena) restano tutto sommato identiche nella struttura ma stilisticamente diverse, riuscendo nell’intento di mostrare aspetti che nelle versioni originali erano sopiti o inespressi.
Tra i due, chi osa di più nella rilettura è sicuramente Iosonouncane ma anche il lavoro dei Verdena si difende più che bene e l’Ep ci dimostra come anche due nomi in apparenza distanti tra loro possano riservare inaspettatamente molte analogie, a partire dalla costruzione dei testi, passando per l’attenzione agli accostamenti musicali, finendo alla concezione stessa della produzione musicale.
Visti gli ottimi risultati complessivi, comunque, c’è da sperare che che questa collaborazione possa essere l’inizio di qualcosa di più oltre la rivisitazione di materiale già edito.

VOTO: 8,5/10
TOP TRACK: ex aequo Tanca e Identikit