Sette Ottavi #8 – Niccolò Fabi

di Nicola Disabato

Niccolò Fabi
“Una somma di piccole cose”
Apr 2016 / Universal Music Italia/ cantautorato, indie-folk


«Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro.
»
(da Io sono uno di Luigi Tenco, 1966)


Torino, 1937.
Teresa ha 26 anni ma nonostante la giovane età ha già una separazione alle spalle. Per campare fa la cameriera e la fortuna l’ha portata a lavorare nella residenza della facoltosa famiglia Micca di Torino, discendente di quel Pietro Micca che fu prima minatore e poi soldato per il Ducato di Savoia, eroe e martire durante l’assedio francese su Torino del 1706.
In quella casa conosce il giovane Ferdinando, rampollo della famiglia e futuro prestigioso avvocato, ed i due, infatuandosi a vicenda, cominciano a frequentarsi in segreto, sempre più assiduamente.
La notizia della gravidanza di lei però diventa il punto di non ritorno della loro relazione, troncata per volontà della famiglia di lui che giudica l’evento troppo deplorevole per il buon nome della benestante borghesia torinese.
Teresa quindi viene allontanata e ritorna a vivere a Cassine, incinta e senza lavoro.
Si sposa con Giuseppe, contadino di Maranzana, che però morirà prima del parto in un incidente sul lavoro in circostanze mai pienamente chiarite.
E’ così quindi che nel 1938, in un contesto già provato da amori spezzati, abbandoni e prematuri lutti, viene al mondo Luigi, Luigi Tenco.

maxresdefault-1Prima di trasferirsi in Liguria, Luigi vive con la madre tra le campagne piemontesi la cui atmosfera rarefatta probabilmente segna già dai primi anni la sua indole riflessiva, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell’infanzia.
All’età di tre anni quel bambino che, chissà come, impara da solo a leggere e scrivere è già un piccolo adulto.
Nonostante tale maturità e precocità i suoi studi saranno altalenanti in adolescenza e dureranno ben poco all’università, ma nel frattempo Luigi ha scoperto la sua passione, la musica ed il canto, ed è fermamente deciso a farne la sua vocazione.
Prima con gli amici musicisti che ha conosciuto lungo la sua strada genovese (tra i quali un giovanissimo Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, suo compagno di banco al liceo Doria, il livornese Piero Ciampi e Gino Paoli), poi con la carriera personale, il percorso di Tenco si dimostra impervio.
E’ un compositore atipico, ama il jazz d’oltreoceano ed il primissimo folk di Dylan ma vuole fare musica popolare per esprimere sentimenti in modo schietto ma tentando di modernizzare i temi tradizionali della canzone, costruendoli attorno a melodie semplici ma con armonie raffinate.
luigi-tenco-03In questo tentativo, negli anni, incappa spesso nella censura, che considera i suoi testi troppo politicizzati o scandalosi, e quel che è peggio è che finisce ingabbiato in uno stereotipo da autore difficile, non integrato.
Andava di fretta, il giovane Tenco, e sarà il dolore bruciante di un pubblico che continuava a non comprenderlo e che continuava a cercare nella canzone esclusivamente distrazione e spensieratezza a portare il suo animo inqueto al tragico epilogo in quella stanza d’albergo in una dura notte a Sanremo.
La rivalutazione dell’opera di Tenco avverrà solo anni dopo quando, oltre a rivelarsi a posteriori uno dei più rilevanti interpreti delle inquietudini del suo tempo, ne verrà riconosciuto il lavoro di valorizzare della canzone d’autore e di ricerca di dignità artistica e poetica anche nella musica cosiddetta leggera con il ‘Premio Tenco’.

nnnUltimo vincitore di questo riconoscimento, che ha acquisito sempre più prestigio nel corso dei suoi più di trent’anni di vita, è un artista che sulla scia di Tenco ha fatto della sensibilità compositiva il suo tratto distintivo.
Stiamo parlando di Niccolò Fabi, compositore romano classe ’68, che dopo ‘Ecco’ nel 2013 si aggiudica per la seconda volta la Targa Tenco nella categoria ‘Album dell’anno’ con il suo nono album solista ‘Una somma di piccole cose’, edito nell’aprile 2016 per la Universal Music Italia.
L’approccio musicale di Fabi, sempre caratterizzato da emozioni intense, introspettive, politiche, essenziali e densissime, trova in questo album, anche a detta del suo autore, una delle sue massime espressioni.
Il titolo è già un manifesto d’intenti e di speranza, sia per la visione della vita intesa come una somma di esperienze che assieme creano un’unità più grande, sia per il rifiuto di sentirsi schiacciato davanti alle grandi e spesso paralizzanti difficoltà della vita con l’invito a dividere gli ostacoli, affrontarli uno alla volta, frammentare gli obiettivi per poterli conseguire.
E’ una visione delicata ed introspettiva dell’esistenza, non a caso elaborata  in circa due mesi di vita in solitudine in una casa in campagna nei pressi di Campagnano, vicino Roma, in quella valle di Baccano (ironie dei nomi!) che viene rappresentata anche in copertina dell’album.

una-somma-di-piccole-cose_cover_bApre il disco la traccia omonima dell’album, con la sua chitarra che richiama molto Radical Face ad accompagnare un testo che ruota attorno alla dichiarazione principale dell’intero album: davanti alle brutture del tempo moderno “abbiamo due soluzioni: o un bell’asteroide, e si riparte da zero, o una somma di piccole cose”, “una somma di passi che arrivano a cento” come voluto tributo all’impegno civile di Peppino Impastato.
Ha perso la città invece è un brano dedicato alla corrosione del senso di comunità negli agglomerati urbani moderni, un lungo elenco di quello che lentamente ci sta scivolando tra le mani e di quello che ci sta travolgendo.
Musicalmente viene subito da spostarsi in America, viene da pensare a Sufjan Stevens o a Bon Iver, sia per l’uso folk della chitarra sia per l’uso intimo della voce, tra accenni di piano e atmosfere soffuse.
Le tonalità più critiche mutano quasi in una serena speranza, spiegata nel gioco fanciullesco di Facciamo finta, musicalmente il tributo più diretto a Damien Rice, ovvero la vita raccontata come se la si spiegasse al proprio figlio.
In Filosofia agricola la natura della quale Fabi si è circondato nei due mesi di scrittura e realizzazione dell’album entra dalla porta principale come pretesto per raccontare la nostalgia del ritorno, come ambiente ideale per la memoria e per l’ascolto delle voci che provengono da dentro sè stessi.
niccolofabi-fotoshirinaminiNon vale più ricorda un po’ ‘Runaway’ dei The National e si inserisce perfettamente nel solco del concetto principale dell’album: “la speranza reale di una sveglia collettiva oggi non vale più, oggi non basta più”, non possono essere le grandi rivoluzioni la chiave del cambiamento perchè fanno paura, sono piuttosto le piccole azioni quotidiane e costanti che possono incidere davvero nella vita delle persone.
Nell’album c’è tantissimo amore, sia nel senso più generale del termine sia in quello più particolare nei confronti di una donna, come in Una mano sugli occhi,  una canzone d’amore che a differenza di gran parte del mainstream nostrano non scade nella banale retorica perché parla di amore vero, sofferto, sudato, tradito, anche rinnegato, se serve, quando attraverso il rinnegamento passa un’altra occasione di rivincita.
Le cose non si mettono bene, seppure sia una sentita cover tributo al gruppo Hellosocrate, band laziale apprezzata da Fabi che ha interrotto la sua attività dopo la scomparsa del cantante Alessandro Dimito, non è un pezzo particolarmente entusiasmante.
Nonostante la reinterpretazione in forma arpeggiata, è troppo netto lo stacco tra la composizione di Fabi e quella degli niccolo-fabi-live-700x400Hellosocrate e questo brano sembra una brusca interruzione del flusso creativo dell’album.
Flusso che riprende subito dopo con l’incanto dell’ordinarietà, delle parole e delle situazioni distratte di Le chiavi di casa, ad anticipare la chiusura su pianoforte punteggiato di Vince chi molla:  vince chi lascia, chi abbandona sè stesso e si ritrova, mollando la presa e focalizzandosi sul proprio presente e sui propri sensi,  alla ricerca di una presa di coscienza e della consapevolezza della propria esistenza.

‘Una somma di piccole cose’ subisce musicalmente le chiare influenze dell’indie folk e del panorama americano, come per stessa ammissione del suo autore, ed oltre ai già citati Damien Rice, Radical Face, Sufjan Stevens e Bon Iver, si possono ritrovare anche passaggi meno ordinari che odorano di Nick Drake, Elliott Smith, Ray LaMontagne.
Tutti artisti accomunati dal denominatore unico della malinconia, che Fabi però reinterpreta come un bene necessario, in una concezione di musica come terapia che porta a misurare, apprezzare ed addirittura amare il proprio stato d’animo nei momenti più bui (invece di trasformare la malinconia in depressione, rabbia e dolore) attraverso una composizione di armonie e liriche che rappresenta espiazione e ricongiungimento.

VOTO: 8.5/10
TOP TRACK: Una somma di piccole cose