M.I.A. – Matangi [Interscope]

Un dito medio al Super Bowl non si perdona, soprattutto se ad esibirlo è una certa Mathangi “Maya” Arulpragasam durante l’esibizione con Madonna e la sua “Give Me All Your Luvin'”. E’ così che la trentottenne di origini cingalesi resterà – in suolo americano – quella di “Paper Planes” e “Slumdog Millionaire” (il mistero del sopravvalutato film di Danny Boyle); e l’artista ne è a conoscenza, tanto che le sue liriche ritornano sull’episodio visto da milioni di telespettatori e relativo esilio su ghettogram. Ma a noi in realtà poco importa, siamo qui per parlare di Matangi: il suo disco migliore.

Matangi riversa – in modo irruento – le sue sonorità originarie integrandole con le onnipresenti architetture trap bangers – Hit-BoyThe Partysquad – a dilettarsi con la fama da bad girl (“Only 1 U” e “Warriors”). In “Come Walk With Me” flirta con i Blur di “Charmless Man” e poteva giocarsi la carta di un R&B radiofonico, non fosse per l’esplosione schizofrenica – che delinea in realtà l’umore della prima parte del disco – neanche fosse “Radio Free M.I.A.”; ma chi è uscito indenne dal suo disco precedente e più radicale – /\/\ /\ Y /\ – troverà nelle inversioni improvvise e nei campionamenti Apple semplici punte di colore.

E se in “Exodus” – proposta a Madonna e rifiutata – plasma la stella solitaria di The Weeknd è perché giustamente vede nel canadese una delle voci più influenti del panorama R&B/Hip-Hop; l’altra è quella di Drake – altro diamante della nuova emotività d’oltreoceano – qui in realtà dissato in ben due occasioni (nella title track manifesto e in Y.A.L.A.). Certo, si concede anche aTENTzioni alla scena inglese, filtrate però con l’amore di un Machinedrum, che pensavamo di trovare nei crediti di un disco scritto e prodotto – in gran parte – dalla stessa Maya con Switch.

Bad Girls” – che conosciamo molto bene – è il capolavoro pop di M.I.A. e Danja, complice un videoclip straordinario del mai troppo lodato Romain Gavras.

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“Bad Girls”, diretto da Romain Gavras

Una “Boom Skit” ci accompagna nella seconda parte che cola nuovamente attacchi verso l’America e punta sui bangerz in modo più organico; M.I.A. riesce – anche senza l’apporto di un Hudson Mohawke – a rielaborare sonorità trap, come solo un Kanye West nel suo Yeezus; come in “Double Bubble Trouble” – citazione Shampoo in apertura – tra levare, chopped and screwed (oggi abusato dai rapper e il loro amore per gli anni ’90) in un amore per le contaminazioni, in una musica globale e sicuramente più significativa dell’attenzione odierna e collettiva per personaggi come Omar Souleyman.

Y.A.L.A.” ne prosegue l’estetica, ribalta la poetica dello YOLO e come una tigre di Kenzo si fa cassa di risonanza delle credenze del Buddismo e Induismo; non a caso il titolo del disco richiama proprio la Matangi delle arti e delle parole – la sua arma più efficace – come i WikiLeaks di Assange. “Bring The Noize” con Surkin è la sbornia definitiva in sbalzi d’oro, a sciogliersi in una coda ideale per accompagnarci nella chiusura forse meno incisiva di “Lights” e “Know It Ain’t Right”, fino al reprise di “(S)exodus”, dove M.I.A. si concede per tutto quello che è: un’artista che al quarto disco – e intaccata dallo showbiz – suona uguale solo a se stessa.