La Pecora Nera #3 – Product Placement, ovvero ogni riferimento è puramente causale.

Oggi vi racconto una cosa che mi è successa pochi giorni fa. Sprofondata sul divano con una tazza di tè e in un preda a un momento di noia, un pomeriggio ascoltavo musica a caso, col fare benevolo di chi confida nei consigli di YouTube e clicca distrattamente su qualche video in evidenza. Annalisa Scarrone (ai più Annalisa, ma ci tenevo a precisarlo, visto l’alone di anonimato che mi suscita il suo nome d’arte), “Una finestra tra le stelle”, il brano portato a Sanremo la settimana prima: clic. Pubblicità. Puoi ignorare questo annuncio tra 5, 4, 3, 2, 1, skip. Parte. No, aspetta, pensavo di averla saltata questa odiosa pubblicità. Cerco di nuovo il pulsante skip ma… no, un attimo, questa è lei. Che tipa figa! E che collana figa! Accessorize a caratteri cubitali sul mio schermo, lunghi secondi d’attenzione sul sacchetto da cui ha sfilato la collana. Adesso sì, ora può iniziare a cantare.

Un tempo l’avrebbero chiamata pubblicità occulta, oggi è Product Placement: nient’altro che “piazzamento” letterale di un prodotto in un contesto che poco ha a che fare con lo spazio pubblicitario in senso stretto. Vi starete chiedendo quanto sia legalmente possibile ed eticamente corretto. “Nel programma sono presenti inserimenti di prodotti a fini promozionali”. Ecco la formula magica, la giustificazione che mette tutti al riparo.
– Caro spettatore, sto facendo pubblicità attraverso il programma o film che stai guardando, adesso lo sai per certo. Non dire che non te l’avevo detto.
Eccovi due esempi:

Affari tuoi, Rai 1, per Acqua Lete

Sonia Peronaci di Giallo Zafferano per Lavazza

E potrei continuare all’infinito coi cereali  Kellogg’s per Un medico in famiglia, le merendine Balconi sulla tavola dei Cesaroni o, ancora, Good Bye, Lenin! e il suo bombardamento di marche, dopo il crollo del muro nella Berlino Est.
Insomma ce n’è per tutti, tanto che nessuno più può uscirne indenne. Se dovessi usare un linguaggio bellico, tanto caro a noi che parliamo di colpire il target come se dovessimo sparare centrando il bersaglio, direi che la pubblicità tradizionale è una guerra: sai che c’è perchè è dichiarata apertamente; il Product Placement, invece, mi ricorda più tanti piccoli attacchi terroristici, prima inattesi, adesso sempre più consueti tanto che ne siamo assuefatti.

Ma perché il Product Placement? La risposta è perché siamo facilmente condizionabili. Sì, anche tu che pensi di disobbedire al sistema, sei condizionabile esattamente come tutti perché è così che funziona il tuo cervello.
In questo modo le marche parlano con noi senza che ce ne accorgiamo, creano associazioni nel nostro cervello, anche se pensiamo di non esserci accorti della loro presenza. Inconsciamente le associamo al contesto in cui sono state inserite e finiamo per registrarle in memoria. Il vantaggio per le marche è dato dall’effetto “cavallo di Troia”, che trasferisce la credibilità, i valori e la personalità del messaggero, nel messaggio stesso. Per esempio, adesso mi sarà davvero difficile cantare “Una finestra tra le stelle” senza che mi assalga un’improvvisa e inspiegabile voglia di una collana nuova.
Scherzi a parte, siamo fatti male, cari amici. I nostri meccanismi inceppano e la cosa divertente è che, non solo lo abbiamo scoperto, ma abbiamo anche inventato mille modi per approfittare delle nostre debolezze di uomini. Ma c’è una buona notizia ed è che ogni tanto ce ne accorgiamo e, allora, maturiamo un po’ di consapevolezza in più. E poi, il libero arbitrio, che l’hanno inventato a fare?

 

La Pecora Nera