La Pecora Nera #5 – Donne e lavoro: meno quote rosa e più soldi, grazie.

Sopravvissuta alle conseguenze psicologiche deleterie dell’8 marzo, stamattina ho realizzato di aver ricevuto otto mazzi di mimose ieri pomeriggio, durante una seduta di shopping nel tentativo di alleviare la noia domenicale. Ho aperto gli occhi col loro profumo, che già il giorno dopo comincia ad avariare come il latte aperto dimenticato fuori dal frigo, e ho realizzato che durano poco. Le mimose resistono poco, esattamente come l’otto marzo e la presunta causa per cui tutti (o quasi) se ne ricordano. E il lunedì, iniziato fastidiosamente anche per l’odore nauseabondo, l’ho inaugurato con l’immagine della promoter vista ieri pomeriggio: gazzella scollacciata su tacco 21, iper-stirata, perfettamente addobbata, con mercanzia in bella mostra e coroncina di mimosa in testa che, vagamente e non so perché, mi ricordava Cicciolina; rigorosamente accompagnata da tre esemplari di sesso maschile dalle forme volutamente troppo virili, tipiche di quelli che preferiscono accumulare la materia su pettorali e bicipiti, anziché nella calotta cranica.

Ecco, se dovessi interpretare le differenze di genere alla luce del quadretto appena descritto, non mi stupirei più del fatto che nel 2015, quando si discute di lavoro e di politica, si parla ancora di “quote rosa”. Se l’universo femminile dovesse essere associato alla gazzella di cui sopra, le “quote rosa” ce le meriteremmo tutte. E non a dimostrazione della conquista di spazi in un mondo costruito a misura di maschio, ma a dimostrazione del fatto che noi questa discriminazione la vogliamo tutta, tanto che quando facciamo qualche passo avanti, dobbiamo etichettarlo per forza con un colore. Che poi, chi diavolo l’ha deciso che il rosa è il colore delle donne? L’immaginario costruito da più di cinquant’anni di Barbie? Il mio colore preferito è l’azzurro.

Per quanto mi riguarda, sono del parere che la parità di genere non ha proprio motivo di essere sbattuta sulle pagine di giornale. Il fatto che sempre più donne siedano laddove fino a qualche decennio fa c’era posto solo per quelli con la cravatta, non è una notizia bomba che si deve sottolineare a guisa di un’equità conquistata: è la normalità. Le “quote rosa” sono l’ennesimo modo per dire che adesso abbiamo un posto anche noi, povere donzelle indifese. Come se fosse un evento straordinario!
E allora, visto che la Giornata della Donna (e non festa, per favore) è appena passata e si spera che abbiamo un po’ tutti la memoria ancora fresca, lasciatemi fare un appello: meno quote rosa e più soldi, grazie.

Risale al 1944 il Contratto della Montagna firmato dalle operaie biellesi, il primo accordo in Italia in cui si siglava la parità salariale tra uomini e donne. Ma temo che nei settant’anni a seguire qualcosa sia andato storto.
Secondo il World Economic Forum di Ginevra, per ciò che riguarda la parità salariale l’Italia è al 129simo posto, sui 142 Paesi oggetto dell’indagine del 2014. Mediamente, secondo la Commissione Europea, pare che una donna porti a casa il 7% di stipendio in meno rispetto ad un uomo; dato migliore rispetto alla media europea del 16%, ma comunque ingiustificato. Ma non è finita qui! La disparità riguarda anche la tipologia di lavoro: maggiori sono le responsabilità previste dall’incarico, maggiore è la probabilità che a rivestirlo sia un uomo. Insomma, non solo il tasso di occupazione femminile è più basso rispetto a quello maschile di più del 20%, ma le condizioni di lavoro sono fortemente discriminatorie. Quindi è ridicolo parlare di quote rosa se poi, nel 2015, si chiede ancora alle donne di scegliere tra la carriera e la famiglia.

Le mimose, le promozioni dell’8 marzo sulle collezioni femminili, i ringraziamenti, non ci servono. Non ne abbiamo bisogno. Le quote rosa? Riservatele alle bambole. A noi date le posizioni lavorative che ci vengono negate per colpa di una gonna, dateci lo stesso stipendio degli uomini e politiche lavorative che non ci mettano in difficoltà. Non chiedeteci di scegliere tra un figlio e il posto di lavoro, possiamo fare tutto. Siamo donne e siamo multitasking, non dimenticatelo. Dateci tutto questo in silenzio, senza titoli da prima pagina, come si fa per tutte le cose normali. Solo allora potrete pure regalarci le mimose una volta l’anno senza farla sembrare una farsa.