9 maggio 1978: la mafia uccide, il silenzio pure.

“Era una notte buia dello stato italiano quella del 9 maggio ’78”. Noi siciliani, quasi per indole, questa data la ricordiamo per altri motivi. Non per il ritrovamento di Aldo Moro, nè per i funerali di Stato. Noi ce la ricordiamo per il silenzio delle cose che, da noi, passano in sordina.

RadiorEvolution ha sede fisica a Parma, ma ha un cuore multietnico, visto che ancora nel 2015 per qualcuno la Sicilia (come altre regioni del sud) appartiene a un altro continente. E allora io ci rido su e rispondo che, in questo caso, l’esperienza da fuori sede dovrebbero contarmela come Erasmus. A me non me ne frega niente se voi non lo ricordate come me il 9 maggio del 1978, perché non venite da oltremare. E poco m’importa se queste cose v’interessano poco, perché pensate che siano problemi che non vi riguardano. Io ve lo racconto lo stesso perché, fin tanto che si continuerà a pensare che i problemi di una regione riguardino solo quella regione, allora servirà ancora qualcuno che torni a ricordarle, certe cose.

Il 9 maggio 1978 a Cinisi la mafia ammazzava Peppino Impastato. Di notte, sui binari della Palermo – Trapani. Una bomba riduceva il suo corpo a brandelli, ma la sua esplosione faceva silenzio. Quell’esplosione continua a fare silenzio tutt’oggi quando succedono cose come quella che mi è capitata l’altro giorno. Stavo parlando con una persona che dovrebbe avere dalla sua la saggezza degli anni, la cultura di un gran bel titolo di studio e la responsabilità di un incarico istituzionale. Parlavamo di radio libere e, vista la mia appartenenza alla Revolution Family, l’argomento mi stava particolarmente a cuore. Così dissi che le radio libere furono una rivoluzione, quarant’anni fa, quando c’era qualcuno con ideali molto più grandi dei nostri; che la democrazia dell’informazione passava anche da lì; che serviva del coraggio per mettersi dietro a un microfono a raccontare la verità dei fatti, mentre i giornali tacevano. Le parlai di Peppino. Pensavo che avrebbe capito, viste le sue origini siciliane. Mai errore più grande di dedurre l’intelligenza di qualcuno dal ruolo che riveste.

Mi rispose che, in realtà, nè Peppino nè la sua Radio Aut erano serviti a niente. Che lui era nessuno, rispetto a giudici e poliziotti. Che tanto l’hanno ammazzato lo stesso e poi ne hanno ammazzati altri, a decine. E che comunque questo non è servito a cambiare le cose.

Ecco, quel giorno Peppino è morto di nuovo e l’esplosione della bomba sulla ferrovia è avvenuta di nuovo silenziosamente. Perché male non è soltanto fare del male, ma è anche permettere che il male venga fatto. E mafia non è soltanto ammazzare la gente. Mafia è anche lasciare che le cose sbagliate vengano fatte e continuare a fare silenzio. E attenzione che, quando parlo di cose sbagliate, non intendo solo omicidi sanguinolenti eseguiti con coppola e lupara: le truffe in giacca e cravatta non hanno confini geografici.
Ecco perché Peppino e Radio Aut a qualcosa sono serviti: perché non si rassegnavano al silenzio. Perché non si deve per forza morire politico, giudice o poliziotto. E perché Peppino, a suo modo, la rivoluzione l’ha fatta e con lui tutti quei poveri nuddu ammiscati cu nenti che non erano nè politici, nè giudici, nè poliziotti, ma semplicemente uomini.

A me, allora, il 9 maggio di ogni anno ricorda cosa vuol dire essere semplicemente uomini. E vuol dire che all’insignificante ruolo di comune cittadino corrisponde una delle più grandi responsabilità sociali: l’onestà.

Ciao Peppino.