Al concerto con Revolution: Tame Impala @PostePay Rock in Roma 2015

In un tempo ormai leggendario, quello del mitico ’68, degli hippies, della Woodstock Generation, del LSD, del rock, la droga ai concerti era la chiave per la piena comprensione di ciò che si sentiva. Non vi erano prescrizioni né obblighi: la musica di quei tempi spesso era il frutto del viaggio lisergico, dell’esplorazione mistica, dell’overdose. Nessuno stupore se il pubblico ritenesse logico proseguire l’opera degli artisti con una ricezione mediata dallo stupefacente oppure libera della mediazione dei ricettori umani in condizione “standard”.
Decenni sono passati da quell’età cartonata e la psichedelica è divenuto genere di consumo come tutta la musica, figlia di interessi commerciali più che di intuizioni artistiche. Spesso un pretesto e una moda oggi, la musica cosmica degli anni Sessanta ha generato figli più o meno fedeli, più o meno originali, più o meno furbi.
C’è quindi da stupirsi se alle persone a cui si dice che il 26 agosto si è andati a vedere e sentire i Tame Impala alle Capannelle di Roma si descrive il gruppo come “elettronicamente psichedelico”, “roba da drogati”, “acidi e visioni in salsa australiana”? Non si è lontani dalla realtà; non si pecca di accidia. Semmai di acidità: il gruppo infatti cavalca magnificamente l’onda delle aspettative che lo includono, conscio di cosa si aspetti dai cinque della terra dei canguri.

Il contesto è ormai fatalmente noto nel secolo commerciale: un concerto inserito in una rassegna di grandi nomi uniti solo dal fatto di essere grandi nomi, di capitare al PostePay Rock in Roma e di suonare all’interno di un ippodromo, trasformato per l’occasione in una fiera piena di stand degli sponsor che riempiono di gadget le folle di spettatori. Il palco delle grandi occasioni, i gruppi di giovanissimi che già due ore prima dell’inizio si radunano vicinissimi alle transenne e le casse, un aroma inconfondibile nell’aria: tutto è pronto perché l’Impala Mansueto corra senza freni inibitori nel grande cerchio delle Capannelle.
Non tantissimi a dire il vero gli spettatori; sufficienti per l’esilarante Nicholas Allbrook: un’artista… no ehm… cantante e chitarrista… (nemmeno)… Vabbé, un residuo di quello che dovrebbe essere un musicista con in mano una chitarra e un microfono davanti. Il pubblico applaude al termine di ogni canzone-performance del giovane australiano proveniente a suo dire da un “shitty village” dell’isola sottosopra ed emozionato per gli inaspettati applausi in abbondanza. Evidentemente l’emozione è stata insopportabile fin da prima del concerto, tanto da dar fondo alle scorte di acidi di tutta la band che lo seguirà: le movenze alla Ian Anderson si perdono in un farneticare di voci e suoni supportati da una base drum ‘n’ bass spesso ignorata e bistrattata.
Alla fine della mezzora di deliri rimane nel pubblico la curiosità di capire quali mostruose apparizioni abbiano abitato la mente del nostro.

Un cerchio verde. Ha inizio il vero concerto. I Tame Impala placidamente sul palco. Un’intro strumentale e via con “Let it happen” il singolo-traino del loro ultimo album, “Currents”. Sì, bravi e belli, ma noi vogliamo di più, vogliamo il viaggione. Arriva, accompagnato da tutti i loro pezzi più riusciti: “Why won’t they talk to me?”, “Feels like we only go backwards”, “Desire be desire go”, “Elephant” e gli altri.
La folla è tutta nel mood giusto, gli additivi stanno dando gli effetti sperati, i testi vengono cantati da tanti: non sono poi così sconosciuti, viene da pensare. I colori divengono luci e le forme piegano fino a riprodurre la materia. Strani palloncini appuntiti volano sulle teste del pubblico: tra una canzone e l’altra Kevin Parker, cantante e chitarrista nonché unico ad avere abbandonato i 60 cm² di postazione d’esecuzione, li nota e chiede se far volare profilattici sia una strana usanza italiana. Sicuramente lo è da quando uno sponsor ne fornisce gratuite prove omaggio.

La musica: quella c’è; niente di inaspettato a dire il vero, poche deviazioni da quella strada che li ha portati sino alla Capitale. I suoni che li distinguono dalla massa sono riprodotti perfettamente anche in questo live, senza troppi fronzoli se non nell’ultimo encore (bis in Italia), dove cinque minuti vengono lasciati alle libere elucubrazioni sul tema.
Notevole l’interludio del suddetto chitarrista che solo sul palco gioca con un simpatetico cerchio verde proiettato sul fondo del palco, un anello che si distorce seguendo le frequenze d’onda prodotte dalla Fender di Kevin. Con tanti applausi per l’inaspettata performance.
Cerchi, luci, colori: visivamente lo spettacolo ripaga il biglietto. Tutto scorre liscio, soprattutto la magica e non troppo nascosta base con le seconde voci che inesorabile impone il suo metronomo al cantante; perso il tempo in una canzone, il gioco alla rincorsa fa ridere tutti i membri del gruppo (allora Nicholas qualcosa vi ha lasciato, eh?). Fa invece riflettere chi fra il pubblico capta l’errore grossolano: ma non è questa la psichedelica figlia di quella mitica età in cui nulla v’era in più di quello prodotto dai musicisti sul palco? Pare di no…

Alla fine tutti bravi, i suoni c’erano, lo spettacolo visivo particolarmente riuscito. Nell’ora e mezza scarsa di concerto i Tame Impala hanno fatto quello che dovevano: essere belli e bravi in un ippodromo illuminati dai colori della natura e migliorati dal THC.
Rimane la domanda: è forse questa la psichedelica? Forse no, forse è morta da tempo e ne stiamo vivendo un surrogato adattato ad iTunes.
Forse con la vera psichedelica si è scontrato Nicholas Allbrook, come un bimbo che abbia messo le dita nella presa elettrica. Ma ha perso le parole per raccontarcela e ora vaga interdetto sui palchi di mezzo mondo.

Scaletta:
Intro
Let It Happen
Mind Mischief
Why Won’t They Talk to Me?
The Moment
It Is Not Meant to Be
Elephant
The Less I Know the Better
Eventually
Why Won’t You Make Up Your Mind?
Oscilly
Cause I’m a Man
Alter Ego
Apocalypse Dreams
Bis:
Feels Like We Only Go Backwards
Nothing That Has Happened So Far Has Been Anything We Could Control
Outro

Foto: Federico Cavallo