Barbablù, storia di quotidiana violenza.

Una produzione del Teatro del Cerchio con Gabriella Carrozza, Mario Aroldi e Paola Ferrari.
Scritta e diretta da Mario Mascitelli.

Tempo di lettura: 4′ 


Alza gli occhi dallo schermo: se cerchi una storia di violenza guardati attorno. Guarda anche tuo figlio.

Una favola per bambini forti, quella di Barbablù: un dispotico re uxoricida, tante fanciulle inconsapevoli, una stanza dal segreto (e macabro) contenuto aperta solo da una piccola chiave fatata, un lieto fine.
È questa la storia che dà il titolo allo spettacolo messo in scena lo scorso 24 novembre in via Pini; una favola che in realtà, di favoloso, ha ben poco.

Con la volontà di contribuire alla sensibilizzazione sul problema della violenza sulle donne, il regista Mario Mascitelli ha messo in scena un collage di storie vere, cercando di costruire un filo narrativo senza tralasciare eclatanti momenti di violenza. Storie non lontane, appartenenti alla realtà parmense, riassunte in quella di Silvia, una fragile donna che si innamora di uno sconosciuto a tal punto da sposarlo.
Certo, lui è bello e ha carattere ma usa la gentilezza su di lei; la rispetta fin quando non diventa sua perché poi, le montagne russe dell’amore viaggiano a gran velocità lungo una discesa apparentemente senza fine. Ma questo treno, che prima ardeva di fiamme piene d’amore e passione e che lentamente sono state soffocate dalla mancanza di ossigeno, una meta ce l’ha: le violenze di Massimo (l’orco pardon: il marito!), la reclusione a cui costringe Silvia, la schiavitù a cui la relega, conducono verso una fine che, ahinoi, nelle storie della realtà poche volte è lieta.
Così Massimo dopo un litigio, l’ennesimo, esce in auto e per sfogarsi marcia su strada a gran velocità: di lì a poco si scoprirà che è morto in un incidente stradale.
Le luci si spengono quando Silvia, appresa la notizia, si lascia andare ad un pianto isterico che nasconde nel dolore un sorriso liberatorio.

Chi è un abituale frequentatore del Teatro del Cerchio conosce il modo di comunicare del regista che predilige una scenografia essenziale, quasi scarna, ma che si compie nell’azione degli attori con gli oggetti che identificano le storie del racconto: e questa volta non fa eccezione perché il pubblico si trova davanti un vecchio armadio in legno posto in fondo alla scena, in posizione centrale, e una sedia da ufficio con le ruote. Niente di più.

Ma quell’armadio non è messo lì per caso: Massimo non ci entra mai, non può, ma vorrebbe tanto: esso rappresenta il pensiero di Silvia, il luogo inviolabile in cui si rifugia quando è in difficoltà, quando ha paura. Suo marito lì non può entrare ma Silvia resta sempre inevitabilmente condizionata dalle sue azioni: Massimo contamina i modelli di vita della moglie, è il re delle sue paure, diventa il principio delle sue aspettative. La vita di Silvia finisce per girare attorno alla figura del marito, che non le lascia mai la libertà di esprimersi, tanto che sarà lei stessa, a un certo punto, a vestirsi come un uomo e a disegnarsi la barba in volto, a voler lasciare le vesti di una donna diventata schiava immedesimandosi in colui che rappresenta ciò che per lei è amore e libertà.

Barbablù, storia di quotidiana violenza è uno spettacolo diverso da quelli a cui si è abituati ad assistere, non sviluppa un pensiero: lo espone. Perché Barbablù non è fantasia, non è qualcosa che un giorno potrebbe essere, purtroppo è già realtà. E ciò che il regista mette in scena non è altro che un racconto della realtà.

E poiché questo mondo non fa sconti a nessuno, la rappresentazione, che tiene fede al vissuto, non esclude le scene di violenza più forti, di carattere sia sessuale che fisico; complice anche la vicinanza degli attori, il pubblico subisce reazioni altrettanto forti con qualcuno che è arrivato a coprirsi gli occhi quando Massimo ha posseduto violentemente Silvia o l’ha percossa con la sua cintura.

Sono proprio gli spettatori la chiave di lettura di questo spettacolo. In quest’occasione il teatro abbandona la sua funzione ricreativa per abbracciarne una più nobile, meglio sottolineata dal tavolo di discussione imbastito immediatamente dopo la messa in scena: parliamo della funzione politica nell’accezione greca del termine: l’organizzazione della vita pubblica.

A parlare della violenza sulle donne sul territorio parmense erano presenti, insieme al regista Mario Mascitelli, l’Ass. alla Partecipazione e ai Diritti dei Cittadini Nicoletta Paci, la psichiatra, psicoterapeuta e psicanalista Dott.ssa Maria Mazzali, il Dott. Marco Deriu, sociologo e Prof. dell’UniPR, e il Dott. Jody Libanti, psicologo e psicoterapeuta.

Si è trattato di una discussione che ha coinvolto attivamente il pubblico in modo da sensibilizzare anche chi minimizza il problema e ritiene sia un fenomeno ingigantito dai media e lontano dalla realtà.

Da qui il titolo provocatorio in apertura […] se cerchi una storia di violenza guardati attorno. Guarda anche tuo figlio.”
Quante volte abbiamo sentito la frase “Non me lo aspettavo proprio, stento a crederci: era una così brava persona”? Tante. Forse troppe. Se n’è parlato molto durante la “tavola rotonda” e con il sostengo dei professionisti invitati, il pubblico ha discusso non solo su cosa fare in caso di violenza ma anche sul riconoscere i campanelli di allarme di un possibile futuro orco. Non è facile né immediato riconoscere una situazione di potenziale pericolo ma potrebbe anche non essere lontano da noi; non bisogna pensare che i problemi affliggano solo gli altri: una corretta informazione potrebbe far scoprire che comportamenti sospetti avvengono anche all’interno della famiglia senza che noi ce ne accorgiamo.

Non esiste un modello psicologico, una persona tipo, uno standard comportamentale che ci induca a riconoscere chi potrebbe commettere una violenza; esistono però alcuni segnali da non sottovalutare e, come hanno sottolineato gli esperti, lavorare nel sociale per aumentare la consapevolezza delle donne può essere un inizio. Così come può esserlo di far conoscere agli uomini associazioni che possano aiutarli e possibili percorsi di riabilitazione ed iniziare a  sensibilizzare sempre più le nuove generazioni fino ad eliminare la piaga della violenza sulle donne.

Se siete interessati ad approfondire l’argomento vi consigliamo di rivolgervi alle associazioni che si impegnano sul nostro territorio.
Segnaliamo le associazioni che hanno partecipato alla tavola rotonda in seguito allo spettacolo:

Giuseppe Galati