Teatro del cerchio – Ritratto di donna araba che guarda il mare

Punti di vista.
Ognuno ha il proprio. Tanto che spesso, nelle nostre vite, l’oggettività si fa impossibile. Anche i fenomeni naturali, per quanto scientificamente spiegabili, possono suscitare negli occhi di chi li guarda emozioni diverse. Una stella cadente è “un frammento di corpo celeste che entrando all’interno dell’atmosfera terrestre si incendia a causa dell’attrito”, per citare Wikipedia, ma per un sognatore non è altro che un modo per esprimere un desiderio da realizzare.

Quando si parla di soggettività e punti di vista diversi, l’arte è la regina indiscussa. Il gusto personale, risultato di una complessa combinazione di educazione, cultura, indole e tanti altri fattori, rappresenta ciò che rende l’arte così affascinante. Che si tratti di un quadro o di uno spettacolo teatrale, ognuno vedrà in esso ciò che vuole e soprattutto potrà provare sensazioni differenti.

Ritratto di donna araba che guarda il mare racchiude questo concetto già nel titolo: fulcro dell’intera opera sono i diversi punti di vista. Non solo si parla di qualcuno che guarda il mare (prima prospettiva), ma si tratta di una donna, araba, racchiusa in un’altra prospettiva – il ritratto – forma d’arte che l’artista sceglie per raffigurare, con le proprie mani e i propri occhi, qualcosa che sia o meno reale.

Sin dalle prime battute lo spettatore è costretto a elaborare questo concetto. Un uomo bianco, europeo, ben vestito, che parla in una lingua non ben identificata; con lui una ragazza, araba (ma non proprio, come dirà lei stessa), dai lineamenti accentuati dal trucco, avvolta da un velo. Tutto inizia con il loro primo incontro: per lei spaventoso e allo stesso tempo curioso, con un uomo straniero che segue lei e le sue belle amiche in un vicolo buio della città vecchia di sera; per lui eccitante e allo stesso tempo curioso, con un gruppo di ragazze che capitano nella stessa via dove lui sta passeggiando, incontrando lo sguardo e i sorrisi di tutte, ma di una in particolare.

La trama si svilupperà poi in dieci incontri/scontri tra i protagonisti all’interno di questo piccolo villaggio nordafricano dove, al di là dei sentimenti e rapporti tra i personaggi (presenti anche il fratello maggiore e quello minore della ragazza), a far da padrone sarà il dialogo/dibattito dettato dai diversi punti di vista degli interlocutori. Si toccheranno tutti temi attuali in questo momento storico: il rapporto uomo-donna, lo straniero, usi e costumi differenti, le culture contrastanti, l’amore, la violenza.

A cornice di tutto ciò la città, raffigurata in un modellino presente in scena, che man mano viene spostato ed inquadrato in maniera diversa per poter contestualizzare e dare una certa prospettiva alla storia. L’elemento più interessante e ben riuscito dello spettacolo, dal mio punto di vista.

Di per sé infatti questo nuovo appuntamento della Stagione Adulti al Teatro del Cerchio ha dalla sua tre fattori ben riusciti: la scenografia, appunto; la recitazione degli attori Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Noemi Bresciani, che riescono ad incarnare e a dar voce in maniera molto convincente delle diversità dei loro personaggi; la sceneggiatura, che non a caso è valsa allo spettacolo il Premio Riccione per il testo.

In realtà sta proprio nel testo il rovescio della medaglia, in base a come lo si voglia leggere. Infatti la scelta delle parole, così come i dialoghi serrati tra i personaggi, è attenta e puntuale, ogni battuta è ben studiata, non a caso il modellino della città è realizzato con il copione dell’opera. Ma come spesso accade quando si toccano temi delicati come le differenze culturali e l’incontro tra mondi differenti, si rischia di cadere nel già detto, nel già visto. I personaggi, così, rappresentano degli stereotipi che fino alla fine non riescono ad evolvere, a cambiare loro stessi e ciò che li circonda. Di certo da questo spettacolo non ci si aspetta un lieto fine e, per quanto vengano sottolineate queste differenze anche al fine di denunciarne gli aspetti negativi, non si arriva mai ad un compromesso, un avvicinamento. Ognuno resta sulla sua posizione.

Forse il messaggio dell’autore è proprio questo: non c’è soluzione a certe differenze. Anche parlandone e riflettendone, un punto di contatto o meglio un lieto fine non è possibile.
Peccato che dal mio punto di vista, un lieto fine sia necessario, e sia fondamentale trovarlo.

   

 

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