Troppa Grazia. Recensione di una commedia “spirituale”

Claudia (Carlotta Natoli): Perché hai scelto Lucia per fare questo lavoro, me lo dici?
Paolo (Giuseppe Battiston): Perché è una disgraziata!

Uscito nelle sale italiane il 22 novembre 2018, Troppa Grazia è l’ultimo film di Gianni Zanasi, che torna alla regia dopo il successo di La felicità è un sistema complesso (2015). Quella che il personaggio interpretato da Battiston definisce “una disgraziata” non è nient’altro che Lucia, un geometra che più di una volta sottolinea come il suo lavoro sia facile e alla portata di tutti. Alba Rohrwacher, che dà il volto alla protagonista di questa assurda storia, è perfetta nella sua interpretazione sin dal primissimo minuto: nel litigio con il compagno Arturo (il goffo, dolce ma molto pratico Elio Germano); nelle scene con la figlia Rosa (l’esordiente Rosa Vannucci), adolescente dal carattere forte, molto promettente nell’arte del fioretto; nei dialoghi con i suoi amici e con il suo collega Fabio (Daniele De Angelis). Lucia ottiene un incarico dal comune: rilevare le misure di un campo di grano dove nascerà il progetto dell’Onda, ideato da un famoso architetto e supportato da Paolo (amico della protagonista). Lei viene scelta perché Paolo è ben cosciente del suo bisogno di lavorare e spera che questa sua “disperazione” la disincentivi dal bloccare il progetto, nonostante gli evidenti rischi idrogeologici. Fin qui si tratta di una storia già sentita: una storia di imbrogli, di bisogni, di sfruttamento, ingenuità, omertà. E anche la comparsa improvvisa di una donna (la convincente Hadas Yaron) nascosta in un abito verde e un mantello blu a cui Lucia offre cinque euro, non dice nulla di nuovo. “È una barbona, un’immigrata credo” dice a Fabio e subito in sala si teme il pippone politico sui migranti, l’impressione è quella.

Quella barbona però, come dirà lei stessa, è la madre di Dio.

“Vai a dire agli uomini di costruire una chiesa nel posto in cui mi hai vista per la prima volta”, dice la Madonna in una delle tante occasioni in cui compare a Lucia.

Da questo tragicomico momento inizierà un tira e molla tra le due. Le suppliche da parte da parte della geometra che vuole essere lasciata in pace perché ha bisogno di quel lavoro e ha bisogno di non perdere la sua credibilità lavorativa (oltre che la ragione); la reazione violenta (anche fisicamente) della Madonna che pretende di essere ascoltata. “Mostra a tua figlia la bellezza, dimostrale che questa è ancora possibile. Se non lo farai tu, chi lo farà?”, dirà l’Immacolata sul finale. Ma Lucia non è certa di sapere quale sia la bellezza da cercare e mostrare e forse neanche noi lo sappiamo.

Troppa grazia è un film molto particolare, che rischia più di una volta di trattare temi già visti e sentiti ma riesce magistralmente ad evitarlo. Protagonista non è mai in assoluto la corruzione, non è la religione e nemmeno la follia. Il film parla semplicemente e assurdamente di una donna simpatica, in gamba e anche un po’ matta la cui vita è costellata di momenti banali alternati a momenti assurdi, di personaggi cattivi e personaggi pittoreschi (tra cui il già citato Arturo; lo psichiatra a cui racconterà delle sue visioni; suo padre, un ex sassofonista che quasi invidia sua figlia per quella visione mistica).

Ascoltare la mente di Lucia che vaga nell’incertezza sul da farsi e seguire la sua figura magra dai capelli biondi che quasi si confonde nello sfondo dei campi di grano, è un piacere per gli occhi (fotografia perfetta per l’atmosfera naive della storia) ma anche un costante domandarsi dove si andrà a parare. Senza spoilerare nulla bisogna dire che una risposta certa o meglio, una conclusione certa, non ci sarà. Il film nella parte conclusiva finisce per aggrovigliarsi nella bellezza del suo racconto concludendo con un finale troppo frettoloso, non all’altezza dei poetici 110 minuti che lo hanno preceduto.

Piccola postilla: a fine pellicola esitate un momento prima di alzarvi e lasciare la sala. Le musiche del film così come la canzone che fa da sottofondo ai titoli di coda (Nascosta in piena vista), sono di Niccolò Contessa (I Cani) e forse è questo il vero finale perfetto di questa commedia “spirituale”.

Fiorella Di Cillo