1972 di Francesca Capossele

Romanzo di esordio di Francesca Capossele, pubblicato da Playground nel 2017, 1972 è una storia semplice, come semplice è anche la sua narrazione. È la storia di una famiglia ordinaria di Ferrara, con i suoi problemi e qualche sfortuna in più.

Sfortune che però risultano essere indispensabili per Cristina e Marcello, due giovani ragazzi consapevoli che la vita degli altri, quella degli adulti, sia davvero un macello e che forse era meglio “quando attendevamo la vita che sarebbe arrivata”.

“Ripeto: merda, piscia. La famiglia è solo questo: una trappola piena di merda”

La cosa che mi sorprende di questo libro è come abbia fatto riemergere quella paura che avevo appena compiuti vent’anni: la paura di diventare grande. Oggi a ventisei anni, nè troppo giovane da essere considerata ragazzina né troppo grande da essere considerata adulta (o meglio, un’adulta consapevole) mi rendo conto che la vita non è mai ciò che ci aspettiamo e grazie a Francesca Capossele ne ho la conferma. Francesca, però, mi dice anche che la vita, nella sua imprevedibilità, ci prepara a viverla al meglio se sappiamo riscattarci dalle sfortune.

Cristina odia la madre, la odia perché non è una vera donna. Per la ragazza, diciassettenne nell’Italia degli anni 70, fervida femminista, sua madre era un’ombra, un automa che viveva solo perché doveva, perché non aveva alternative. La vita era stata troppo crudele con lei, l’età adulta poi non ha fatto che peggiorare le cose fino a distruggerla. Non ha mai saputo rialzarsi dopo grandi cadute. E Cristina non glielo perdonerà, almeno fintanto che sarà adolescente.

“Un giorno ti accorgerai, conclude prima di uscire dalla stanza, che sono state quelle come me, le serve, le fallite, a permettere a voi, alle altre, di essere libere”

E credo che sia questa la mia paura più grande oggi: crescere, ignara di come si viva realmente e arrivare a quell’età in cui ti dici “ormai è troppo tardi”. Mi ossessionano i rimpianti, i “se avessi fatto così” “se non avessi fatto questo”, mi tormenta vedermi adulta, matura e insoddisfatta della mia vita. E Cristina ha la mia stessa paura, ma è più giovane e farà di tutto per non commettere lo stesso errore della madre.

La strada però è difficile: come vi dicevo prima, la vita non è mai quella che ci aspettiamo. Ed è interessante vedere come riesce a cavarsela Cristina, in quelle riflessioni così crude, così violente per una ragazza così giovane. Riesci a immaginartela Chicchì (come la chiama il padre): è una giovane donna, forte, di poche parole, consapevole del suo silenzioso fascino, obiettiva, cauta, un po’ impaziente, incompresa, ma non banalmente.

Infine la morte, una macchia indelebile che ti segna la pelle in eterno e che qui si mescola con l’inconsapevolezza di una gioventù che non tornerà mai più.

“La crescita avvicina alla morte, è essa stessa una piccola morte”

1972 è una storia semplice nella sua complessità, nelle sue tematiche e riflessioni, su uno sfondo storico e sociale appena accennato, forse unica pecca di questo avvincente romanzo.