Storie di ordinaria follia

Vi è mai capitato di sentirvi diversi? Con questo non intendo i “prescelti” alla Harry Potter ma quella strana sensazione che ci spinge a credere che ci sia quasi una congiura planetaria contro di noi? Avete mai pronunciato una frase del tipo “possibile che succedano sempre a me queste cose”?

Se la risposta è si, piacere, mi chiamo Federica e sono protagonista da quasi vent’anni di Storie di ordinaria follia.

Sono l’incarnazione vivente del “capitano tutte a me”, e se pensate che sia esagerata fatevi citare qualche episodio accaduto nell’ultimo periodo: i miei genitori, presi da una crisi di mezza età,  hanno deciso di trasferirsi in Francia, una temibile tempesta  proveniente dal Nord Europa mi ha bloccata una settimana a Beauvais, sono rimasta incastrata nel corridoio tra due porte scorrevoli di un aeroporto per venti minuti senza anima viva in giro a cui chiedere aiuto… e mi piacerebbe tanto che la lista fosse finita qui ma non voglio ammorbare la vostra esistenza.

La cosa divertente è che nella maggior parte di queste situazioni il motto tutto è bene quel che finisce bene si concretizza, e alla fine di questi tour de force ho molte storie divertenti da raccontare.

Ça va sans dire che anche la mia quarantena ha assunto toni picareschi.

Partiamo dall’inizio delle mie disavventure. 

Immagino che molti fuorisede possano empatizzare i miei dubbi e indecisioni all’inizio della vicenda Coronavirus: nessuno di noi si sarebbe mai immaginato uno scenario del genere.

Il mio dubbio amletico consisteva nel decidere abbastanza rapidamente se fosse il caso di tornare a casa o meno.

Nel mio caso non si trattava di un viaggetto semplice ma di un vero e proprio nostos omerico: il tragitto Parma-Le Havre (dove si trova la mia famiglia in Francia, nel cocuzzolo della Normandia) non è molto agevole, vi risparmio i dettagli ma credetemi non è molto agevole, e sì sto utilizzando un eufemismo per dire che è un’ammazzata.

I prezzi dei biglietti aerei erano poi lievitati come una dolce focaccina: si trattava di una spesa molto consistente e il mio animo da sciocca giovinetta si era convinto che in massimo due settimane si sarebbe tornati alla normalità.

Durante la prima settimana di chiusura dell’Università ho deciso quindi di rimanere a Parma nel mio convitto (no, non in convento; si, ci sono comunque le suore; no, non sono una novizia…vi giuro mi è stato chiesto almeno un paio di volte!).

Durante la prima settimana di chiusura si percepiva una preoccupazione crescente, il convitto era praticamente deserto perché molte ragazze erano tornate a casa, quindi ho deciso di tornare per lo meno a Roma, mia città d’origine e luogo in cui vivono affetti e parenti prossimi.

Sono tornata a Roma in un contesto di relativa tranquillità, quando ancora si poteva viaggiare normalmente, lungi da me l’essere parte di quei “fugotti dell’ultimo minuto” che, purché condivisibili umanamente, sono assolutamente pericolosi in un clima di dichiarata emergenza.

Tornando a noi, all’epoca (e si, mi sento di utilizzare questo termine perché inevitabilmente le nostre vite si divideranno in avanti Coronavirus e dopo Coronavirus) il mio programma di viaggio da ingenua illusa consisteva nello stare una settimanella a casa del mio ragazzo (anche lui fuorisede a Torino tornato a casa a Roma causa superamento esami in anticipo), e poi stabilirmi in casa di mia zia il tempo necessario prima della ripartenza.

Come ben saprete niente di tutto ciò è stato possibile, e dalla sera dell’8 Marzo sono ufficialmente entrata in quarantena a casa del mio fidanzato.

Per una volta sentivo che il destino era dalla mia parte: ero bloccata a casa del mio ragazzo.

Non fraintendetemi, da ragazza estremamente sensibile ed empatica il mio umore era sottoterra, avevo paura del futuro, che si palesava come un’incognita, temevo per la mia famiglia, così lontana, e in particolar modo per mio papà che combatteva da medico in prima linea contro il virus. Mi sono sentita impotente vedendo in tv uomini e donne che testimoniavano il loro calvario e ho conosciuto da vicino le ristrettezze che molte famiglie hanno affrontato in questo particolare periodo storico.

A queste sofferenze si sono aggiunti però momenti esilaranti, piccoli quadretti di vita quotidiana, delle vere e proprie  storie di ordinaria follia.

Tralascerò le parti più tristi e spinose della storia per raccontarvi i miei futili momenti tragicomici sperando che possano tenervi compagnia e strapparvi un sorriso.

Per oggi mi fermo qui ma prometto che ci risentiamo prossima settimana.

Fede