Ansia da call center

Se solo sapeste da dove sto scrivendo questo articolo vi ammazzereste dalle risate.

Sono in un angoletto del gate B08 di Fiumicino (Roma) in attesa di partire, e con la costante ansia che qualcosa (tanto pe’ cambia) mi vada storto.
Ma questo è l’esodo della nostra storia…sono successe talmente tante cose nel mezzo, lasciate che ve le racconti.
La scorsa domenica vi ho illustrato le fasi dell’amore, quell’alternanza di momenti alti e bassi (principalmente alti) che hanno caratterizzato la mia vita di coppia.
Dopo le prime fasi di totale euforia sono subentrate le angosce stile memento mori.

Converrete con me che il passaggio del virus da vabbè sta in Cina a moriremo tutti non è stato così graduale.

Solo adesso iniziamo a intravedere la luce alla fine di questo doloroso tunnel, ma già un paio di mesi fa, quando tutto il mondo si stava chiudendo a riccio, c’era un clima di pessimismo cosmico.
La mia principale preoccupazione era rivolta alla mia famiglia che vive in Francia.
Ero andata a trovarli per Natale, quindi erano passati molti mesi dal nostro ultimo saluto.
Sapere che tutte le mie amiche erano a casa dalle proprie famiglie e io invece non sapevo neanche se durante l’estate sarei potuta tornare, mi lasciava un senso di inquietudine.
Probabilmente molte persone avrebbero fatto volentieri a cambio con me che me la spassavo a casa del mio ragazzo a detta di alcune malelingue, io però alla mia famiglia pensavo.
Pensavo soprattutto a mio papà che da medico dava il suo contributo cercando in ogni modo di curare i suoi pazienti, a costo di restare sveglio fino alle 2.00 di notte (o mattina, dipende dai punti di vista) ad analizzare casi clinici.
Senza scendere nei sentimentalismi, e ricordandomi che questa è una rubrica spicciola letta dai miei amici/familiari/la gentilissima ragazza che revisiona le cose che scrivo e qualche disgraziato che ci capita, riprendo con il gossip pecoreccio.

Un avvenimento estremamente importante della mia quarantena è stato l’assillare l’ambasciata italiana a Parigi per sapere se e quando sarei potuta tornare a casa mia.

Ed è così che ho conosciuto Karin (la tizia del call center dell’ambasciata), che di Karin vi posso garantire aveva solo il nome.
Il primo contatto con lei lo ha avuto mia mamma in realtà, che da buona mamma ansia voleva delucidazioni sulla sua pargola ventenne lontana.
Riassumendo e parafrasando la conversazione tra le due, il risultato del colloquio è stato un “non mi angosciare, poi vedremo”.
Non posso negare di comprendere entrambe le donne appese al filo della cornetta.
Mia mamma aveva paura che la situazione durasse in eterno, quindi cercava di muoversi celermente per riportarmi a casa.
Karin, d’altro canto, si sciroppava quotidianamente (e per lavoro) i problemi delle persone, e alcuni di questi impicci erano anche abbastanza seri, quindi l’ultimo dei suoi pensieri era una ragazzina viziata che voleva tornare a casa sua pur non essendo in pericolo.
Dopo che mia mamma mi ha riportato la loro conversazione ho deciso autonomamente di richiamare Karin.
Mi ha sbroccato, le ho sbroccato, ho pianto per telefono pregandola di mettermi su un aereo, ci siamo mandate vicendevolmente a cagare, ci siamo chieste scusa per la poca educazione ed abbiamo riattaccato.

Con il senno di poi onestamente vi dico che non mi sarei permessa di chiamarla, ma la paura fa davvero brutti scherzi.

Quello che mi spaventava, se devo dire del tutto la verità, non era il virus di per sé, ma la grande incertezza che si trascinava.

Da questa esperienza porto con me tante di quelle lezioni di vita, forse questo 2020 non è tutto da buttare.

Adesso devo andare, stanno aprendo l’imbarco, chissà se arriverò a destinazione.

Fede